Impassibile

Non hai lasciato imperativi
a margine dei segni che non comprendi,
come “seguimi” e com’è impossibile. Sai
che a volte la sera si avvera

e non ti indispettivi dell’urlo sordastro
alla luna, di quanto è piccolo il rosario
e minuscola ancor di più una preghiera
tra tante.

In cosa vivi e in cosa già mi eri distante?

cucito

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Signorina Coltello

Qualcuno le tolse il momento,

appressatasi all’uscio per fuggire l’inverno,

o ciascuno di noi,

sull’ammattonato un tonfo di legno.

C’era la sedia  cascata di spavento

impolverata, in un angolo, ripescata

subitamente dritta dal trambusto

e lì stava china, da quel giorno immoto,

Signorina Coltello a ritagliare le mancanze

e conservare le croste per colmarle

di confettura d’arance.

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Avverarsi

A coricarti stanca su un punto esatto
del palmo della mano, a caso
o grande o strettissimo, vedresti,
non trattengo.

Saperti vera è mosso e imprevedibile.

Così mi sono fatta molle e non comprendo
le cascate d’acqua fra il separarsi
ed il ricominciare
delle dita, e l’abbandono e la posa,
quando toccandoti imparo tutti i punti
più remoti nella storia e nello spazio
dove si prolunga il salutarti e dove sei,
quasi tutta o pochissima,
rifatta a voce e a memoria.

Il riposo

Il torrente in un punto zampilla
di sassi, sassetti s’ammilla la riva
e si allarga.

Non dico d’avere una biscia nel petto,
di stare sul fondo dell’acqua come letto di sposa,
d’aver ritrovato o riperso qualcosa
– le nespole, la fiducia nei cerchi callosi del ceppo –
se vedo pietoso dell’uomo l’andare
e il riposo, l’accusa, il diniego,
la pace trattenuta delle palpebre.