L’arresa

Tra i rovi le pigne d’asfodeli si raccolgono
ad imbiancarti il passo, senti il vento leggero
già giunto là dove le strade non si insegnano
e dove per scelta nessuno più si è scosso.
Se è rimasta una lente di sole a riguardarci
prometti che ci sorrideranno le curve d’acqua sui sassi
e i nomi che abbiamo dimenticato di portare.

Quello che nel buio stai aspettando di guardare
è un profilo diafano, come è evidente, che ti infiora.
Rubecula dalle remote stagioni, non l’inverno
ti spaventa ancora ma l’attesa

che il mio destino è conservato tutto in questa modesta resa
da pervinca, e la fine riposa vermiglia del suo lutto
e sensibilmente protesa verso la riuscita
se tu, trascolorandoti, la trovi.

 

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Egon Schiele, Nudo seduto con calze viola, 1910.

 

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Appendersi

Lo vedi anche tu
che adesso le vesti sono tanto più corte
a piega dritta e sottile in viscosa
e le margherite son morte sul grembiule
cestino di qualche altra età.

Ho pensato qualche volta alla morte,
non a quella che voglio ma a quella che ho già,
al fumo che non esce dalle finestre e all’effetto che fa
riconoscere l’origine di un tormento insistente
e raccoglierla.

 

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Carta da lettere

Tra le ultime mie dita,
come tra le tue,
ho scoperto un laccio terroso
e un poco stretto di radici.
Se non fosse che le cose che non dici
ammutolite resistono più convulse
dei malumori celesti
e che i baci di cerlacca si staccano veloci
dalla guancia – quale amara circostanza -,
non dovremmo mai aver timore di restare
come due betulle che un rimorso
d’autunno spelliccia.

Rebecca Green

Rebecca Green

Bagnasciuga

Cosa ho abbandonato nella sabbia
piccola, innocente, senza rabbia
se l’acqua tutto lava e lo precipita
e scavalca l’onda la compagna,
il tuffo, il mondo sotto solitario,
i gusci aguzzi di scoglio, il calvario
di una valva inerte e l’imbroglio
di sottrarsi al mare, di approdare
dove non si affoga?

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A Cosa

Cosa, cara, non sarebbe strano

notare adesso che i nostri polpastrelli

si somigliano? Se ti stringo non mi appiglio

alle differenze, ed immagino che

non rimanga tra le cose calpestabili

conoscersi da uguali.


Come ancora rinunciare al nome e all’apparenza

e a non toccarti solo dove non ti trovo,

sul limite a strapiombo oltre il quale non sei più vaporosa

del torrente a cascata, che ha smesso la sua corsa

e precipita sulle cose che non si riparano e sui sassi.


Sai Cosa, non esiste un unico male

ma non c’è un comune nome di cosa

che tralasci la tua consistenza spaziosa

o la cruna, sottile, della sensibilità.


Paul Gauguin, Nudo di donna che cuce, 1880.

Maldestro

Abbiamo legato i nostri nastri
a speranze modeste, e non si sente,
o si inventa, un modo concorde
di non-essere.                               Forse è così
che perdi le forme nei gesti scompagnati
e trattieni negli occhi prati e prati
di fiori calpestati, e conservi
il morso frettoloso dei predati
su come colorandoti hai sorriso, una volta
o appena, quando ho quasi afferrato un’idea.

-Bisogna credere- hai detto,
era allora. E andavi al passo
costretto, a braccetto,
d’un pensare maldestro.

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