A Cosa

Cosa, cara, non sarebbe strano

notare adesso che i nostri polpastrelli

si somigliano? Se ti stringo non mi appiglio

alle differenze, ed immagino che

non rimanga tra le cose calpestabili

conoscersi da uguali.


Come ancora rinunciare al nome e all’apparenza

e a non toccarti solo dove non ti trovo,

sul limite a strapiombo oltre il quale non sei più vaporosa

del torrente a cascata, che ha smesso la sua corsa

e precipita sulle cose che non si riparano e sui sassi.


Sai Cosa, non esiste un unico male

ma non c’è un comune nome di cosa

che tralasci la tua consistenza spaziosa

o la cruna, sottile, della sensibilità.


Paul Gauguin, Nudo di donna che cuce, 1880.

Maldestro

Abbiamo legato i nostri nastri
a speranze modeste, e non si sente,
o si inventa, un modo concorde
di non-essere.                               Forse è così
che perdi le forme nei gesti scompagnati
e trattieni negli occhi prati e prati
di fiori calpestati, e conservi
il morso frettoloso dei predati
su come colorandoti hai sorriso, una volta
o appena, quando ho quasi afferrato un’idea.

-Bisogna credere- hai detto,
era allora. E andavi al passo
costretto, a braccetto,
d’un pensare maldestro.

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*

Se rimani

Se sei come me. Se stai su tutto

Come il Sacco sul fondo dell’oceano

-Hanno rapito i nostri bambini-

Se sapessi

-Sono in mano al destino!-

Non si muore di fatalità.

Impassibile

Non hai lasciato imperativi
a margine dei segni che non comprendi,
come “seguimi” e com’è impossibile. Sai
che a volte la sera si avvera

e non ti indispettivi dell’urlo sordastro
alla luna, di quanto è piccolo il rosario
e minuscola ancor di più una preghiera
tra tante.

In cosa vivi e in cosa già mi eri distante?

cucito

Signorina Coltello

Qualcuno le tolse il momento,

appressatasi all’uscio per fuggire l’inverno,

o ciascuno di noi,

sull’ammattonato un tonfo di legno.

C’era la sedia  cascata di spavento

impolverata, in un angolo, ripescata

subitamente dritta dal trambusto

e lì stava china, da quel giorno immoto,

Signorina Coltello a ritagliare le mancanze

e conservare le croste per colmarle

di confettura d’arance.

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Avverarsi

A coricarti stanca su un punto esatto
del palmo della mano, a caso
o grande o strettissimo, vedresti,
non trattengo.

Saperti vera è mosso e imprevedibile.

Così mi sono fatta molle e non comprendo
le cascate d’acqua fra il separarsi
ed il ricominciare
delle dita, e l’abbandono e la posa,
quando toccandoti imparo tutti i punti
più remoti nella storia e nello spazio
dove si prolunga il salutarti e dove sei,
quasi tutta o pochissima,
rifatta a voce e a memoria.