Appendersi

Lo vedi anche tu
che adesso le vesti sono tanto più corte
a piega dritta e sottile in viscosa
e le margherite son morte sul grembiule
cestino di qualche altra età.

Ho pensato qualche volta alla morte,
non a quella che voglio ma a quella che ho già,
al fumo che non esce dalle finestre e all’effetto che fa
riconoscere l’origine di un tormento insistente
e raccoglierla.

 

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Dare in pasto

Ora il silenzio disprezza la cima
che guardavamo dall’alto della casa
tremare. Falciata
si abbassa e non prega.

A che serve spostare la tenda,
provare a guardare?
Tutto quello che ignoro
è nella quiete lontano
e non si affretta.

Così sta la tovaglia adagiata,
uguale per il pasto lento e quello frugale,
davanti la finestra spenta.
Così restiamo a vederci invecchiare
con in mano il coltello.

A sbucciare l’arancia sulle gambe
di succo e di sangue
resta sempre più percorrere
che avere, darsi in pasto.

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Gomena

E un sole inerte indugiava nell’alba
dietro il porto di pietre svuotato di luce,
l’approdo mi fu docilissimo. Tenerti
come la gomena, stretta, nel guscio calloso
assecondare l’urto
quello volevo dal viaggio,
la vernice scrostarsi, rifare il tempo dell’abbandono
che è muto, sacrificarlo ad un amorevole molo.

Eppure, dopo anni, a tastarmi nodoso
e cercarne il principio, disvelo
ma non mi districo.

 

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Per quando Daffodì non è rimasto

Daffodì,
ti ho spiato da qui parlare con lei.
Dicono tutti che quella signora non sente,
i marinai, le vagabonde, insomma la gente
e se guardi bene ha un ghigno dal suo troppo stare muta
resta così che io mi metto qui, seduta, accanto a te.

Tu dici che ci vede? Bene, lo dici tu
da così su noi non sembriamo neanche piccolissimi…

neanche così sbadatamente lontanissimi.

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